Nazismo
Il dopoguerra nell’Europa centrale
La crisi del dopoguerra fu particolarmente
lacerante nell’Europa centrale, dove le difficoltà economiche e le tensioni
sociali furono esasperate dal peso della sconfitta subita. Nel vuoto di potere
apertosi con il crollo di due grandi imperi, quello tedesco e quello austro –
ungarico, si mescolarono in modo convulso i tentativi rivoluzionari attuati da
una parte del movimento socialista (sull’esempio della rivoluzione bolscevica),
la volontà delle vecchie classi dirigenti di conservare e di riorganizzare il
loro predominio, il disorientamento e il risentimento dei ceti medi urbani.

Figura 1 Perdite territoriali
della Germania dopo la prima guerra mondiale
In Austria, dopo
l’allontanamento dell’imperatore Carlo
I, salito al trono alla morte di Francesco
Giuseppe, nel 1916, un’assemblea, costituente proclamò, il 12 novembre
1918, la repubblica, che si diede una costituzione democratica.

Figura 2 FRancesco Giuseppe I

Figura 3 Carlo I d'Asburgo
Inizialmente, la repubblica
fu retta, con risultati positivi, da un governo di coalizione fra le due
principali forze politiche: i socialdemocratici, che raccoglievano i loro
consensi in massima parte a Vienna, una metropoli di grande vivacità politica e
culturale, con una grande concentrazione operaia e un esteso ceto medio di
professionisti e impiegati, e i cristiano – sociali, più radicati nelle
campagne. Ma già all’inizio degli anni venti questa alleanza su ruppe, mentre
nel paese incominciavano a diffondersi movimenti squadristici che si ispiravano
alle idee e all’esperienza del fascismo italiano.
Assai più drammatica fu la
crisi del dopoguerra in Ungheria. Qui, dopo la proclamazione della repubblica
parlamentare (16 novembre 1918), i socialdemocratici diedero vita con i
comunisti (che avevano i loro punti di forza nei consigli operai sorti in molte
fabbriche) a un regime di tipo socialista, la repubblica sovietica ungherese,
proclamata il 21 marzo 1919 e guidata dal comunista Bela Kun
(1886 – 1936).

Figura 4 Bela Kun
La repubblica sovietica
ungherese, tuttavia, durò poco più di due mesi: il governo di Bela Kun fu
rovesciato nell’agosto 1919, in seguito all’intervento di truppe rumene guidate
dall’ammiraglio Miklos
Horthy (1868 – 1957), che attuò una violenta repressione contro i comunisti
e instaurò in Ungheria un regime autoritario destinato a durare sino alla
seconda guerra mondiale.

Figura 5 Horthy
La repubblica tedesca e la
costituzione di Weimar
La Germania fu il paese in
cui la crisi del dopo guerra ebbe gli sviluppi più drammatici.
Nell’ottobre del 1918, di
fronte al disastro della sconfitta, interi reparti della marina e dell’esercito
si ammutinarono, chiedendo la pace immediata e le dimissioni dell’imperatore.
In poche settimane si formarono oltre 10.000 consigli di operai, soldati e
marinai che controllavano in armi i centri nevralgici del paese. Il 9 novembre
1918 il kaiser fuggì in Olanda e a Berlino venne proclamata la repubblica. In
attesa dell’elezione di un’assemblea costituente, fu istituito un governo
provvisorio affidato al socialdemocratico Friedrich
Ebert (1871 – 1925) che, come suo primo atto, firmò l’armistizio con Gran
Bretagna e Francia (11 novembre 1918).


Figura 6 Friedrich Ebert
L’iniziativa politica era nelle
mani dei socialisti, i soli che disponessero delle strutture organizzative e
del consenso popolare necessari a fronteggiare la drammatica situazione del
paese: profonde divergenze dividevano però la sinistra tedesca. Alla
maggioranza, costituita dal Partito socialdemocratico, favorevole a una
soluzione parlamentare della crisi e ostile a uno sviluppo dei consigli in
senso rivoluzionario, si opponeva l’estrema sinistra degli spartachisti,
gli aderenti alla Lega di Spartaco (così chiamata in ricordo dello schiavo che
si rea ribellato ai romani), guidata da Rosa
Luxemburg (1871 – 1919) e Karl Liebknecht (1871 – 1919). Gli spartachisti
(che diedero poi vita al Partito comunista tedesco), avevano come programma la
rivoluzione socialista, che, nella visione della Luxemburg, si sarebbe dovuta
attuare attraverso la presa del potere da parte dei consigli degli operai e dei
soldati.

Figura 7 Manifesto apparso nel 1918 sui muri di Belrino che incita ad uccidere il capo degli spartachisti Liebknecht


Figura 8 Rosa Luxemburg
Oltre ai socialisti, un
altro centro di potere era però rimasto in vita nella disgregazione generale
dello stato: la alte gerarchie militari, dominate dalla figura prestigiosa del
maresciallo prussiano Paul von
Hindenburg (1847 – 1934), comandante supremo dell’esercito tedesco dal
1916. Eredi del militarismo e del conservatorismo prussiano, queste forze
ritenevano prioritario riportare l’ordine nel paese, contrastando il predominio
delle sinistre.


Figura 9 Hindenburg
Uno strumento a questo fine
era fornito dai Corpi franchi (freikorps),
gruppi di volontari, guidati da ex ufficiali e sottufficiali, desiderosi di
continuare la loro guerra all’esterno e all’interno del paese e di lottare contro
i “rossi”.
La tragedia del movimento
socialista tedesco si consumò a Berlino agli inizi del gennaio 1919, quando gli
spartachisti tentarono di attuare una insurrezione. Il governo provvisorio
socialdemocratico, temendo che la situazione divenisse incontrollabile, reagì
duramente invocando l’intervento dei militari. In sei giorni di lotta
fratricida, la settimana di sangue, la rivoluzione comunista fu stroncata.
Centinaia di militari rivoluzionari furono fucilati sommariamente nelle strade
della capitale. I dirigenti spartachisti, in prima fila la Luxemburg e
Liebknecht, vennero trucidati dai Corpi franchi. Questi ultimi, nel mese di
marzo, abbatterono nel sangue la repubblica sovietica che si era sostituita in
Baviera. Negli stessi mesi, tutti i consigli operai e le organizzazioni
comuniste vennero liquidati.
Nelle elezioni del 1919 i
socialisti nel loro insieme raggiunsero il 45,5% dei voti, un’ampia maggioranza
relativa. Fu costituito un governo do coalizione formato dalla Spd, dai
cattolici del Zentrum e dai liberaldemocratici e presieduto dal
socialdemocratico Philipp Scheidemann (1865 – 1939). A capo dello stato fu
posto Ebert.
Nell’agosto del 1919 fu
approvata la costituzione
di Weimar, così chiamata dal nome della città in cui si tennero i lavori
dell’assemblea costituente. La Germania si presentava come una repubblica
parlamentare federale: il potere esecutivo era gestito dal governo centrale e
dai governi regionali dei 17 lander in cui era suddiviso il territori dello
stato. La costituzione intendeva bilanciare il potere del parlamento (Reichstag), eletto ogni quattro anni a
suffragio universale maschile e femminile con sistema proporzionale, con quello
del presidente della repubblica, eletto ogni sette anni direttamente dal
popolo. In realtà, il ruolo del capo dello stato (che nominava il governo)
divenne sempre più predominante, anche perché la Costituzione concedeva ampi
poteri al presidente in caso di emergenza nazionale.
I primi anni della
repubblica di Weimar, eretta da diverse coalizioni di governo comprendenti
socialdemocratici, liberali e cattolica, furono estremamente difficili. Mentre
proseguivano i disordini e gli assassini politici, soprattutto a opera della
destra e dei Corpi franchi, l’economia tedesca, stremata dalla guerra, stentava
a riprendersi. Le dure condizioni di pace imposte dai vincitori – ricordiamo
che le sole riparazioni di guerra ammontavano a 132 miliardi di marchi oro
rendevano più difficile la stabilizzazione economica e sociale. L’occupazione
della Ruhr, la maggiore zona industriale tedesca, attuata nel 1923 dalla
Francia e dal Belgio per garantire i propri crediti di guerra, esasperò
ulteriormente la situazione. L’inflazione e la svalutazione della moneta
raggiunsero livelli impressionanti e devastanti dal punto di vista sociale. Nel
gennaio 1921 un dollaro valeva 15,5 marchi, un anno dopo 1800 marchi.

Figura 10 Inflazione in Germania
Un’inflazione elevata (e
quella tedesca era abnorme) danneggia sempre i titoli di redditi fissi (salari,
stipendi, pensioni) e favorisce invece i proprietari di immobili, di terreni,
gli speculatori e tutti coloro che hanno la possibilità di rivalutare i propri
redditi. La perduta di valore della moneta, inoltre, erode i risparmi, ma al
tempo stesso favorisce chi ha debiti, per esempio gli imprenditori nei
confronti delle banche. Mentre una parte della popolazione diveniva cosi sempre
più povera, un’altra concentrava sempre maggiore ricchezza nelle proprie mani.
La situazione tedesca si
stabilizzò, provvisoriamente, a partire dal 1924, con la reazione di una nuova
moneta, il “marco di rendita” (Rentenmark),
garantito dal patrimonio pubblico e con l’aiuto economico fornito dalle potenze
occidentali, in particolare dagli americani, convinti che fosse necessario
favorire la ripresa economica della Germania sia per garantire il formarsi di
una potenza stabile al centro del continente, sia per dare impulso ai
commercianti internazionali. Il piano
Dawes (dal nome del finanziere americano che lo progettò e diresse) garantì
ampi finanziamenti all’industria tedesca, che riprese a produrre con elevati
ritmi di crescita. Al tempo stesso, il governo di coalizione diretto dal
conservatore Gustav
Stresemann (1878 – 1929) stipulò con la Francia il trattato di Locarno
(ottobre 1925), che stabilizzava la

Figura 11 Gustav Stresemann
situazione sul confine sul confine occidentale, secondo quanto
stabilito a Versailles, e impegnava i due paesi a non violare la frontiera
comune.
La stabilità raggiunta dalla
Germania weimariana alla metà degli anni venti era l’esito di una sorta di
“compromesso” fra le forze della sinistra, che miravano a ottenere una politica
di riforme, e quelle del capitalismo più moderno, convinto della necessità di
coinvolgere i lavoratori e le loro organizzazioni nella gestione del sistema economico e sociale. Essa si rivelò
del tutto precaria quando le conseguenze della crisi economica del 1929 si
abbatterono con violenza sul paese; l’economia tedesca, strettamente legata ai
finanziamenti americani, soffrì più di altre le conseguenze del crollo di Wall
Street. Nel giro di pochi anni la produzione industriale si dimezzo e i
disoccupati raggiunsero nel1932 i sei milioni, pari quasi a un terzo della
popolazioni attiva. Ripresero con intensità i conflitti sindacali, perché una
nuova ondata inflazionistica colpì il potere d’acquisto dei salari. E in questo
quadro che si colloca l’ascesa al potere di Hitler.
L’ascesa di Hitler
Adolf Hitler (1889 – 1945), nato in Austria da una
famiglia di impiegati, come molti giovani della sua generazione aveva risentito
profondamente della delusione per la sconfitta e dell’umiliazione per i trattati
di pace, attribuendo la responsabilità agli esponenti del governo
socialdemocratico repubblicano. Nel 1920 aveva fondato a Monaco un piccolo partito di destra, che
l’anno successivo prese il nome di Partito nazionalsocialista operaio tedesco
(Nsdap).

Grande ammiratore di Mussolini, aveva anche
organizzato delle squadre militari (le S.A, Sturm
Abteilungen, “Reparti d’assalto”) per colpire i militanti della sinistra.
Con questi strumenti tentò nel 1923 un colpo di stato in Baviera: fu un
fallimento e Hitler venne arrestato e imprigionato.

Figura 12 Poster delle SA
Ma il processo gli diede modo di segnalarsi nel
caotico panorama tedesco del tempo e di propagandare le sue idee,
successivamente raccolte nel libro Mein Kampf ( la mia lotta), pubblicato nel
1925. Per tutti gli anni venti il Partito nazionalsocialista ottenne consensi
molti modesti, ma nelle elezioni del settembre 1939 balzò al 18,3% dei voti,
divenendo il secondo partito tedesco dopo la Spd, e nelle successive del luglio
1932 risultò primo con il 37,4 per cento dei voti.

Figura 13 Ernst Rohm comandante
delle SA
Il 30 gennaio 1933 Hitler fu nominato cancelliere
del presidente Hindenburg, e assunse la guida del governo. Alla stessa data il
Partito nazionalsocialista, che nel 1925 aveva circa 500 iscritti registrava un
milione e mezzo di aderenti.
Per comprendere le ragioni dell’ascesa di Hitler,
occorre considerare diversi elementi.
Il primo è il consenso che il programma o, per
meglio dire, le parole d’ordine lanciate da Hitler poterono ottenere in una
società profondamente lacerata dalle conseguenze della guerra e in via di
disgregazione sotto i colpi nella crisi economica. L’ideologia hitleriana
mescolava, in modo confuso ma efficace, ingredienti capaci di attirare gli
strati più diversi della società. Non a caso, la stessa denominazione di
“nazionalsocialista” fondeva il riferimento alle due più diffuse ideologie di
massa del Novecento, quella nazionalista e quella socialista. In quanto
nazionalista, il partito di Hitler soffiava sul fuoco del risentimento per la
sconfitta subita e predicava la revisione degli ingiusti trattati di pace:
proponeva un’espansione della Germania come grande potenza, riallacciandosi
alla tradizione del pangermanesimo. Quando al secondo aspetto, Hitler predicava
l’instaurazione di un “socialismo” di tipo nuovo, violentemente antimarxista,
basato sui valori della comunità del popolo tedesco e sul potere di uno stato
forte, che avrebbe garantito giustizia sociale e unità a tutta la nazione.
Hitler propagandava nello stesso tempo l’odio contro i ricchi, i “pescecani”
che si arricchivano mentre la crisi si infuriava, e la distruzione dei “rossi”,
dei loro partiti e sindacati.

Erano parole d’ordine capaci di ottenere grande
successo presso un elettorato eterogeneo e diffuso in tutto il paese: un
elettorato giovanile, più maschile che femminile, più protestante che
cattolico, la cui base di massa era costituita dai ceti medi: artigiani,
impiegati, commercianti che si vedevano nuovamente minacciati dall’inflazione,
dalla ripresa di iniziativa del movimento operaio. Ma tra gli attivisti e gli
elettori di Hitler non mancavano gli operai, soprattutto quelli meno
qualificati e quindi più deboli e insoddisfatti: non a caso, molte delle prime
“camicie brune” si consideravano socialiste. Contemporaneamente, questo
<<partito di integrazione delle masse>>, come è stato definito,
otteneva crescente consenso presso i grandi industriali e banchieri, molti dei
quali dal 1931 iniziarono ad appoggiarne e a finanziarne le iniziative: a
questi ceti sociali il Partito nazista garantiva la sconfitta dei sindacati e
delle forze di sinistra, e insieme prospettava una politica espansiva di grande
potenza per il paese, in campo commerciale e militare. Infine, ampi settori
dell’esercito e della burocrazia puntarono su Hitler come sull’uomo che avrebbe
esaltato la forza dello stato, all’interno e all’esterno del paese.
Ecco allora che elementi ideologici già presenti
nella cultura e nella mentalità tedesca dell’anteguerra – il nazionalismo, il
militarismo, il pangermanesimo, l’antisocialismo – si fusero con interessi
sociali diversi, ma tutti egualmente acutizzati dalla crisi del paese.
Da questo impasto nacque il successo del Partito
nazionalsocialista. Un ruolo fondamentale, nel coagulare questi diversi
elementi, ebbero poi l’antisemitismo e il razzismo, ossessivamente propagandati
da Hitler. Gli ebrei divennero il capro espiatorio della situazione di crisi;
un fantomatico <<complotto ebraico internazionale>> venne invocato
per spiegare le sconfitte della Germania; il successo di molti ebrei nelle
professioni e nella finanza venne agitato di fronte a milioni di disoccupati e
di impiegati impoveriti per aizzarne il risentimento e canalizzarne l'ostilità
verso un nemico, anzi “il” nemico per eccellenza.
L’antisemitismo era già tradizionalmente presente in
Germania, ma con Hitler l’antisemitismo e il razzismo si fusero, venendo messi
al servizio della politica.
L’effetto fu tragico e devastante, perché
l’antisemitismo non fu utilizzato da Hitler solo come strumento per acquisire
il consenso necessario e prendere il potere, ma costituì uno degli ingredienti
e dei collanti fondamentali della sua dittatura.
Dalla crisi di Weimar allo
stato totalitario
Tuttavia questi fattori non sarebbero ancora
sufficienti a spiegare l’ascesa di Hitler se non si tenesse conto della
progressiva e irreversibile crisi della repubblica di Weimar. Quest’ultima si
basava su un fragile compromesso fra i tradizionali ceti dominanti – la
proprietà terriera, l’industria e la finanza, la casta militare e burocratica –
e la classe operaia. Sul piano politico, tale compromesso si esprimeva nei
governi di coalizione fra i socialdemocratici, i liberali e i cattolici del Zentrum. Questi equilibri poterono
funzionare sinché l’economia del paese si sviluppava, ma entrarono in crisi con
il 1929 – 30. Mentre gli scioperi crescevano di intensità e la disoccupazione
dilagava, il governo di Weimar non riusciva a elaborare efficaci strategie
economiche. Sul piano politico, inoltre, il paese diveniva sempre meno
governabile: il frequente ricorso a elezioni (1928, 1930, due volte nel 1932,
1933) nasceva dall’impossibilità di trovare maggioranze stabili, ma non faceva
che aggravare la situazione. Ebbe quindi buon gioco la propaganda di Hitler
contro la repubblica democratica, bollata come imbelle e inefficienti, incapace
di risolvere la crisi del paese. Al tempo stesso, maturava nelle classi
dirigenti la prospettiva di fare del Partito nazionalsocialista il centro di un
nuovo blocco di potere conservatore, prospettiva che condusse alla nomina di
Hitler a cancelliere.
Nel marzo del 1933 si tennero nuove elezioni,
precedute da intimidazioni e violenze senza precedenti attuate dalle SA e dalle
forze di polizia, in cui si erano ormai infiltrati molti elementi nazisti.

Figura 14 Incendio del Reichstag
L’incendio del Reichstag,
il parlamento, falsamente attribuito ai comunisti, fornì il pretesto per una
“retata” in grande stile: oltre 4000 militanti comunisti e molti liberali e
socialisti furono arrestati. Al voto, Hitler ottenne il 43,9% dei suffragi, che
sommato all’8% dei suoi fiancheggiatori
nazionalisti gli assicurava la maggioranza assoluta in parlamento.
Il Partito comunista fu messo fuori legge e i suoi
parlamentari privati del mandato. Hitler ottenne dal parlamento (con la sola
opposizione dei socialdemocratici) i pieni poteri: fu l’ultimo atto del
parlamento tedesco. In pochi mesi, ogni garanzia costituzionale e ogni libertà
e possibilità di dissenso venne abolita. I giornali di opposizione furono
chiusi, e lo stesso accadde alle sedi sindacali; quindi fu sciolto il Partito
socialdemocratico. Il 14 luglio 1933 il governo emanò una legge che dichiarava
disciolti tutti i partiti, salvo quello nazionalsocialista. Hitler procedette a
eliminare sistematicamente ogni opposizione, esterna e interna al partito:
nella notte del 30 giugno 1934 (detta “notte dei lunghi coltelli”), vennero
sterminati i capi delle SA (circa 500 persone), che Hitler temeva potessero
divenire un potere alternativo e politicamente inaffidabile. Alla morte di
Hindenburg, nell’agosto 1934, Hitler assunse anche la carica di capo dello
stato, concentrando su di sé tutti i poteri. Già alla metà del 1934, dunque, lo
stato totalitario nazista poteva dirsi costituito. Hitler attuò una completa
fusione fra partito e stato, il che significa che non esistevano più organi
istituzionali in grado di esprimere una volontà politica autonoma o comunque
diversa da quella del partito e del suo capo, il Fuhrer (“capo”,
“condottiero”).

Figura 15 Rohm e Himler
Le SS (Schutzstaffeln,
“squadre di protezione”), reparti scelti di assoluta fedeltà a Hitler, e la Gestapo,
la polizia segreta del regime (entrambe comandate da Heinrich Himmler), erano
gli strumenti repressivi con i quali il nazismo incarcerò, eliminò o costrinse
all’esilio ogni possibile oppositore. Ma il poter nazista si articolava poi in
una serie di organizzazioni destinate a controllare e a irreggimentare tutte le
attività della società civile. Grande importanza ebbe il Fronte del lavoro,
un’organizzazione gestita dal partito che inquadrava tutti i <<lavoratori
del braccio e della mente>> dal punto di vista sindacale, assistenziale e
persino ricreativo. Soppressa ogni libera attività sindacale, lo stato
controllava direttamente tutti gli aspetti della vita lavorativa e produttiva
attraverso l’immensa macchina burocratica delle corporazioni. Allo stesso modo
il regime nazista irreggimentò la formazione dei giovani (attraverso il
controllo sulla scuola e le attività della Gioventù hitleriana), la cultura, la
scienza (moltissimi furono gli intellettuali costretti a prendere la via
dell’esilio perché ebrei o contrari al regime: bastino per tutti i nomi di
Albert Einstein, Thomas Mann e Bertolt Brecht). L’onnipotente Paul Goebbels
(1897 – 1945), responsabile della cultura e della propaganda, fece di
quest’ultima una delle armi fondamentali

Figura 16 Goebbels
attraverso le quali il regime guadagnava e manteneva
il consenso: l’utilizzo dei più moderni mezzi di comunicazione di massa, come
la radio e il cinematografo, ma anche l’organizzazione di grandi riti
collettivi quali le adunate oceaniche all’ombra della svastica, furono posti al
servizio di un’opera quotidiana di manipolazione delle coscienze.
Il nazismo
fu un regime che si fondava in buona parte sopra il rapporto diretto e
l’identificazione tra un uomo dotato di grande potere carismatico, il Fuhrer, e
le masse, il nazismo non si serviva solo del terrore, ma si sforzava, con
successo, di integrare, coinvolgere, mobilitare le masse popolari nella sua
opera. Quando Hitler prese il potere, nel 1933, Goebbels osservò che con
quell’evento il 1789 veniva <<cancellato dalla storia>>. In
effetti, il nazismo costituì una profonda negazione di tutti i valori di
libertà, democrazia e giustizia che l’illuminismo, la rivoluzione francese e
poi il socialismo avevano proclamato e cercato di attuare. Nel grande
<<rogo dei libri>> che i nazisti accesero per le strade di Berlino
nel maggio 1933, simbolico falò di tutta una cultura che essi disprezzavano,
veniva bruciata un’intera tradizione di valori e di idee. Di tutti questi
valori, quello che il nazismo negò con più forza era quello dell’uguaglianza di
diritti fra tutti gli uomini, in quanto uomini. Al nazismo, viceversa, era
connaturata un’ideologia della disuguaglianza, che si espresse attraverso
l’idea – guida dell’obbedienza al “capo”, applicata in ogni settore (ovunque
doveva esserci un “Fuhrer”, grande o piccolo”) e, soprattutto, attraverso il
razzismo e l’antisemitismo. La persecuzione nazista contro gli ebrei seguì un
crescendo impressionante: prima la loro esclusione dalla pubblica
amministrazione, dall’insegnamento e dal giornalismo; poi le leggi di
Norimberga (1935), che privavano i non ariani della cittadinanza del Reich e
proibivano i matrimoni fra ariani de ebrei; successivamente, il tragico pogrom
della “notte dei cristalli” del 1938 (devastazioni di negozi, con la rottura di
vetrine – da cui il nome – e uccisioni), l’obbligo di portare sugli abiti la
stella gialla (sorta di infamante marchio e segno di riconoscimento), la
requisizione dei beni appartenenti agli ebrei, gli arresti; infine il
genocidio, il sistematico sterminio degli ebrei nei campi di sterminio.
È importante comprendere che gli ebrei furono quelli
che pagarono il prezzo maggiore, ma non furono le uniche vittime del razzismo
hitleriano. Al centro dell’ideologia nazista, infatti, stava il concetto di
comunità popolare, che escludeva tutti coloro che per razza, ideali o
comportamento sociale non fossero identificabili con i “tedeschi” di cui il
nazismo pretendeva di essere l’autentico interprete: quindi ebrei e slavi, ma
anche nomadi, omosessuali, prostitute, mendicanti (i cosiddetti
<<asociali>>), e anche i malati di mente o Testimoni di Geova,
oltre che, naturalmente, i nemici politica.
Molti, in queste categorie, erano qualificati come “subumani”
(Untermenschen), essi di una umanità
inferiore. Era legittimo privarli di ogni diritto, incarcerarli, ucciderli.
La politica economica
Dal punto di vista
economico, il regime nazista, del tutto estraneo alla cultura liberista, attuò
una politica di forte dirigismo, fissando gli obiettivi e determinando la
realizzazione della politica economica. Questa dominante presenza dello stato,
peraltro, non intaccò il sistema capitalistico, anzi ne accentuò il carattere
monopolistico: si verificò infatti una forte saldatura tra gli interessi dei
grandi gruppi industriali (in primo luogo l’industria pesante e chimica) e le
scelte economiche del regime. Queste ultime seguirono due obiettivi principali.
Il primo, più politico che
economico, era il raggiungimento di un alto livello di occupazione. In effetti,
tra tutti i paesi industriali, la Germania fu quello che più rapidamente e
completamente riuscì a emergere dalla crisi economica. Questo successo, unito a
iniziative favorevoli alle grandi masse (lo sport, le vacanze, la Volkswagen,
“macchina del popolo”), costituì un decisivo fattore di consenso per il regime,
anche se i consumi privati aumentarono in misura modesta e il nazismo impose
bassi salari e alti ritmi di lavoro. Lo stato finanziò imponenti opere
pubbliche e sviluppò una accelerata politica di riarmo: le spese militari
costituivano nel 1935 circa il 30%
dell’intera spesa dello Stato e questa percentuale, alla vigilia della
seconda guerra mondiale, aveva superato il 50%. Preparare il paese alla guerra
era infatti il secondo obiettivo della politica economica del nazismo.
Esiste un legame molto stretto, nel nazismo, tra economia, politica, ideologia e guerra. Infatti, l’enorme deficit pubblico creato per finanziare le spese presupponeva una politica estera aggressiva, rivolta a conquistare alla Germania una posizione egemonica nell’economia e nelle relazioni internazionali, che le permettessero di sfruttare nuove ricchezze. Nella stessa direzione andava la teoria dello spazio vitale (Lebensraum), secondo cui la Germania, privata dei suoi possedimenti coloniali e mutilata nei suoi territori, aveva diritto a uno “spazio vitale”, cioè a un dominio territoriale corrispondente alla sua grandezza e al valore del suo popolo.