I
Primi anni della Repubblica italiana
Il trattato di pace e la politica estera
Gli anni del "Miracolo economico"
L'Italia dagli anni Sessanta agli anni
Ottanta
Le riforme sociali degli anni Sessanta
La contestazione nel mondo del lavoro e della scuola
Gli anni Settanta: l'instabilità politica
Partitocrazia, lottizzazione e criminalità organizzata
Con la Liberazione l'Italia aveva riconquistato la
libertà, ma ora doveva essere “rifatta”, ripartendo praticamente da zero. Per capire
le condizioni in cui i cinque di una guerra non voluta avevano gettato il Paese,
basta pensare che oltre il 20% del patrimonio nazionale era andato distrutto!

Figura 1 La galleria Vittorio
Veneto a Milano bombardata
Città rase al suolo da
bombardamenti spesso indiscriminati (degli Alleati) , con migliaia di
abitazioni ridotte a cumuli di macerie; sconvolto l’intero sistema dei trasporti: marina mercantile semidistrutta e ferrovie colpite da danni ingentissimi, con migliaia di chilometri
di binari divelti, l’80% delle vetture passeggeri e il 60% dei vagoni merci
fuori uso o portati in Germania.

Figura 2 Proteste per la penuria alimentare

Figura 3 Precarietà del sistema di trasporti

Era indispensabile “rimboccarsi le maniche”,
lavorare sodo per ricostruire ciò che era stato distrutto: gli Italiani lo
fecero con ammirevole volontà, senza indugi. Gran parte delle fabbriche, fortunatamente, erano
intatte, ma i macchinari ormai vecchi o superati dovevano essere rinnovati: la
produzione industriale era ridotta al 25% di quella dell’ anteguerra e quella
agricola al 55%. C’era, quindi, anche una generale scarsità di generi alimentari: per procurarseli si era costretti a
ricorrere alla borsa nera, sulla
quale costruirono autentiche fortune i nuovi pescicani, dagli speculatori agli accaparratori. Il deficit
del bilancio statale, che alla vigilia del conflitto ammontava a 12
miliardi di lire, nel ’45 era vertiginosamente salito a 380 (oltre 30 volte
tanto!), con le conseguenze che non è difficile immaginare: inflazione, impennata del costo della vita,
disoccupazione, fame… In questo compito furono validamente aiutati delle massicce sovvenzioni dell’ UNRRA , un organismo dell’ ONU finanziato per la maggior parte
dagli Stati Uniti: agli Americani
conveniva che l’Italia si avviasse a una rapida normalizzazione!Ma non era tutto. Praticamente, anche l’ organizzazione statale era “saltata”:
bisognava rimetterla in piedi, ma sulla base dei nuovi principi di libertà e di
democrazia. Il Paese, infine aveva un estremo bisogno di reinserirsi nel “giro” internazionale , dal quale si era
autoescluso per lunghi anni: ma per fare ciò doveva risolvere numerosi problemi
di politica interna. All’ indomani della Liberazione il CLN (Comitato di
Liberazione Nazionale) nominò un nuovo governo: presieduto da Ferruccio
Parri (1890-1981), esponente del partito
d’ Azione e della Resistenza, era costituito dal rappresentanti dei partiti
antifascisti.

Figura 4 Ferruccio Parri
Uno dei suoi primi atti fu la creazione della Consulta Nazionale: un’assemblea che,
in attesa del nuovo Parlamento, doveva esprimersi sull’elaborato del Governo ed
elaborare le prime leggi del “nuovo” Stato, a cominciare da quella elettorale.
Vennero inoltre adottati i primi urgenti provvedimenti per combattere la
speculazione e gli accaparramenti dei “pescicani” e rilanciare la produzione
industriale. L’azione del Governo parve però troppo orientata a “sinistra”
(nelle fabbriche, ad esempio, erano sorti dei Comitati di gestione formati dalle maestranze) per cui i ministri liberali gli tolsero la fiducia,
dimettendosi.
Toccò al democristiano Alcide
De Gasperi il compito di formarne un altro che, pure con gli stessi partiti,
avesse un’impronta più “moderata”. Perché la macchina della burocrazia non si
inceppasse, i funzionari statali del passato regime vennero in parte mantenuti
ai loro posti ed in parte rapidamente sostituiti, mentre il controllo delle
fabbriche fu riassunto dai proprietari, che ne estromisero i Comitati di
gestione. Ma i problemi non erano finiti.

Figura 5 Alcide De Gasperi
La Resistenza italiana ,
come s’è detto, aveva assunto il duplice aspetto di guerra di liberazione (dai
nazisti) e di guerra civile (contro i fascisti di Salò). In realtà, accanto a
queste “due guerre”, se n’era combattuta una terza: era la guerra rivoluzionaria condotta da alcuni partigiani contro i
comunisti per instaurare in Italia un regine sovietico come quello che dominava
l’ URSS di Stalin.
E mentre le prime guerre si
erano definitivamente concluse col 25 aprile, l’altra continuò…Il Paese, comunque,
si era preparato ad affrontare il peggio: nel massimo segreto era stata
costituita Gladio , una struttura militare di “guerriglieri”
volontari pronti a combattere contro eventuali colpi di mano comunisti; simili
organizzazioni erano sorte anche in altri Paesi dell’Europa non comunista.

Figura 6 La scoperta
dell'esistenza di Gladio fu fonte di forti fibrillazioni politiche
I “gladiatori”,
fortunatamente, non furono mai chiamati alla prova e Gladio venne sciolta nel
1990.

Figura 7 Simbolo della sezione del SISMI che addestrava i gladiatori
“Prendendo la parola in questo consesso sento che tutto, tranne la
vostra personale cortesia, è contro di me;è soprattutto la mia qualifica di ex
nemico che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più
influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni.”
Queste parole formulate da
De Gasperi alla Conferenza della Pace (Parigi, 1947) (vedi il testo
integrale) ci aiutano a capire l’atteggiamento delle potenze vincitrici nei
confronti dell’Italia che pure, fin dal 1943, si era schierata al loro fianco
contro la Germania; in effetti, il trattato
di pace imposto al nostro Paese dai “Quattro Grandi” (Francia, Inghilterra,
Urss e Usa), fu particolarmente duro.

Ecco le principali clausole.
La cessione di alcuni territori
nazionali , che ci fa pensare al vecchi “principio di compensazione”: alla
Francia la zona del Moncenisio e, in seguito a un plebiscito tra le popolazioni
interessate, i paesi di Briga e Tenda (Alpi Occidentali); alla Iugoslavia tutta l’Istria con le città italiane di
Pola, Fiume e Zara, e quasi tutta la Venezia Giulia (tranne Gorizia e Monfalcone);
venne quindi creato il Territorio
Libero di Trieste, amministrato in parte dagli Anglo-Americani (Zona A)
e in parte dagli Iugoslavi (Zona B):dovettero abbandonare quelle terre oltre
350.000 profughi italiani.

Figura 8 Francobollo dell'amministrazione alleata nel territorio libero di Trieste

L’Italia dovette poi
rinunciare alle isole del Dodecanneso (assegnate alla Grecia) e all’Albania
(che divenne uno Stato comunista); perse
tutte le colonie e dovette pagare una fortissima
indennità di guerra.Oltre a ciò le nostre Forze Armate vennero limitate nel numero e nel potenziale, mentre
si dovettero smantellare numerose basi
militari e cedere unità navali
agli Stati vincitori. Alcune condizioni di pace, come è facile capire,
peggiorarono i nostri rapporti con la Iugoslavia, già piuttosto tesi. Numerosi
Italiani residenti nei territori appena ceduti vennero sistematicamente
perseguitati da quel Governo, che si era visto respingere le proprie pretese su
Trieste. Come vedremo, la parziale soluzione
del grave problema sarebbe giunta, e neppure in modo soddisfacente, solo nel
1975; ma ancora oggi, le nostre minoranze negli Stati ex iugoslavi di Slovenia e Croazia attendono di vedersi
riconoscere i propri diritti (vedi foibe).

Figura 9 Cartolina commemorativa
sulle foibe
L’Italia, divenuta uno Stato
democratico, doveva essere ricostruita, ma per curare le sue profonde ferite
aveva anche bisogno di essere riammessa a pieno diritto nella comunità
internazionale. Quindi il Governo cominciò col decidere l’adesione al Piano Marshall o ERP (Programma di ricostruzione Europea), col quale gli Americani
inviarono ingenti aiuti economici agli alleati europei stremati dal lungo
conflitto, e la firma di un trattato
decennale di amicizia e di commercio con gli Stati Uniti: un immediato risultato fu, da parte
degli USA, la concessione di un primo prestito di 100 milioni di dollari cui ne
seguì in altro di oltre 600 milioni!
Assistenza economica, dal 3 aprile 1948 al 30 giugno 1952 (in milioni di dollari)
|
NAZIONE' |
Totale |
Concessioni |
Prestiti |
|
Totale per tutte le nazioni |
$13.325,8 |
$11.820,7 |
$1.505,1 |
|
Austria |
677,8 |
677,8 |
-- |
|
Belgio e Lussemburgo |
559,3 |
491,3 |
68,0a |
|
Danimarca |
273,0 |
239,7 |
33,3 |
|
Francia |
2.713,6 |
2.488,0 |
225,6 |
|
Germania Ovest |
1.390,6 |
1.173,7 |
216,9b |
|
Grecia |
706,7 |
706,7 |
-- |
|
Islanda |
29,3 |
24,0 |
5,3 |
|
Irlanda |
147,5 |
19,3 |
128,2 |
|
Italia (compresa Trieste) |
1.508,8 |
1.413,2 |
95,6 |
|
Paesi Bassi (*Indie Orientali)c |
1.083,5 |
916,8 |
166,7 |
|
Noregia |
255,3 |
216,1 |
39,2 |
|
Portogallo |
51,2 |
15,1 |
36,1 |
|
Svezia |
107,3 |
86,9 |
20,4 |
|
Turchia |
225,1 |
140,1 |
85,0 |
|
Regno Unito |
3.189,8 |
2.805,0 |
384,8 |
|
|
|
|
|
|
Regionali |
407,0d |
407,0d |
-- |

Figura 10 George Marshall
Il nostro Paese andava dunque
inserendosi nel “blocco occidentale”, nonostante l’accanita opposizione
condotta in Parlamento dai socialcomunisti: questi, infatti, non nascondevano
l’intenzione di stabilire anche nel nostro Paese un regime sovietico, per farne
un satellite dell’ URSS. Ulteriori passi verso il reinserimento nel concerto
europeo furono la partecipazione all’ OECE
(Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica), fondata per ripartire
tra i Paesi europei i fondi stanziati dall’ ERP, al Consiglio d’ Europa e al Patto
Atlantico o NATO (Organizzazione
del Trattato del Nord atlantico), l’alleanza militare difensiva dei Paesi
“occidentali”.

Figura 11 Chateau de la Mouette
sede della OECE
Allo scadere del 1949
l’Italia, unica tra le nazione sconfitte, ottenne un importante riconoscimento
internazionale: benché non ne facesse ancora parte, si vide affidare dall’ONU l’amministrazione fiduciaria della Somalia
col compito di condurre la nostra ex colonia all’ indipendenza entro dieci
anni.
Se le questioni di politica
estera si presentavano difficili, all’interno le cose non andavano affatto
bene. Ai problemi della ricostruzione si sommavano quelli di carattere
sociale ed economico: la popolazione
aveva un reddito molto basso e soprattutto nel Meridione il malcontento dei
contadini si sfogava in gravi agitazioni. Delusi nella speranza di un’immediata
riforma agraria, parteciparono compatti all’ occupazione delle terre, e nei
numerosi scontri con la polizia lamentarono numerose vittime. Per accelerare la
ripresa industriale, inoltre, il Governo decise il contenimento dei salari: il
provvedimento, unito agli ingenti aiuti inviati dagli USA , consentì al settore
di raggiungere già nel ’49 i livelli produttivi dell’ anteguerra, ma fu molto
impopolare.
Anche le forze politiche e
sindacali risentirono ovviamente di questi profondi disagi, aggravati dal fatto
che il mondo si avvia verso una nuova divisione in “blocchi”: da una parte i
paesi filosovietici dall’ altra quelli filoamericani. Mentre erano favorevoli
agli Usa i partiti di “centro” (DC e PLI), propendevano per l’Unione Sovietica
quelli di “sinistra” (PSI
e PCI
). Ma neppure fra i socialisti vi era accordo, tanto che il partito finì per
registrare un’ ulteriore scissione:la maggioranza (antiamericana e
filocomunista) rimase intorno a Pietro
Nenni mentre la minoranza (anticomunista) seguì Giuseppe
Saragat e creò il PSDI (Partito
socialista democratico Italiano).

Figura 12 Pietro Nenni

Figura 13 Giuseppe Saragat

Figura 14 Manifesti PSDI

L’attrito fra i partiti ebbe
un’inevitabile ripercussione nel campo sindacale, fino ad allora unito sotto la
guida del CGIL
(Confederazione Generale Italiana del Lavoro): ritenendolo troppo legata al
Partito Comunista, si staccarono dal sindacato prima i cattolici, creando la CISL
(Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori), poi i Repubblicani e i
socialdemocratici che fondarono la UIL
(Unione Italiana lavoratori ). Nel frattempo, come sappiamo, l’Assemblea
Costituente aveva elaborato la nuova Costituzione
che entrò in vigore dal 1º gennaio 1948.
Secondo le nuove norme costituzionali , si indissero le elezioni politiche
per designare il Primo Parlamento della
Repubblica . Questo era bicamerale, come nel periodo monarchico, ma più
democratico: il Senato, prima di nomina règia o governativa, ora era elettivo
come la Camera dei Deputati. Mentre in Sicilia era stata eletta la prima
Assemblea Regionale (1947), nel ’48 diventarono regioni
autonome a statuto speciale anche il Trentino Alto Adige (in base agli
accordi De Gasperi-Gruber), la Valle d’Aosta e la Sardegna; la Costituzione
prevedeva l’autonomia speciale anche per il Friuli-Venezia Giulia, che però la
avrebbe ottenuta solo nel ’63. Il clima politico, dunque, non era affatto
sereno e la tensione crebbe pericolosamente in seguito all’attentato in cui
rimase gravemente ferito il segretario del PCI Palmiro
Togliatti. si verificarono violente manifestazioni di piazza sfociate
in duri scontri con la polizia. Il primo atto del Parlamento nel quale la DC
aveva ottenuto la maggioranza dei seggi, fu l’elezione del Liberale Luigi Einaudi a primo presidente della
Repubblica.

Figura 15 Palmiro Togliatti
Un'importante conseguenza della Liberazione fu la
caduta della monarchia, che con Vittorio Emanuele III aveva tollerato la
dittatura; il 9 maggio il vecchio sovrano abdicò in favore del figlio Umberto
II, e si ritirò in volontario
esilio in Egitto, dove morì l'anno seguente.

Figura 16 Umberto II
L'abdicazione , tuttavia, non impedì al Governo di
indire un referendum mediante il quale l'Italia potesse scegliere la propria
forma di Governo. Il 2 giugno il popolo italiano si espresse per la Repubblica:
questa ottenne la maggioranza nelle regioni del centronord, mentre per la
Monarchia votarono gli elettori del sud e delle isole. Il 2 giugno 1946 si ebbe così la proclamazione della Repubblica e, dopo un solo mese di Regno,
Umberto II partì esule in Portogallo come un secolo prima aveva fatto il suo
antenato Carlo Alberto.

Figura 17 UMberto II durante la luogotenenza

Figura 18 Umberto II lascia il Qurinale

Figura 19 Sull'aereo per l'esilio

Figura 20 Saluto dei corazzieri a Umberto II
Il liberale Enrico
De Nicola venne nominato Capo provvisorio dello Stato; lo stesso 2 giugno
il popolo era stato chiamato ad eleggere anche un' assemblea costituente che
preparasse una nuova Costituzione da sostituire ormai al centenario Statuto
albertino.

Figura 21 Enrico De Nicola
Ma l'importanza
di quella consultazione fu ben altra: fu la prima vera elezione a suffragio
universale, cui avevano partecipato anche
le donne. L' insofferenza per la politica accentratrice che il regime
fascista , ereditandola dai governi postunitari, aveva inasprito; le
devastazioni provocate dalle guerra; l'aggravarsi degli squilibri fra il nord
ed il sud del Paese: erano tutti motivi che, sommandosi al generale senso di confusione
e di malcontento, fecero riapparire in alcune regioni le tendenze separatiste,
soprattutto nelle regioni di confine ed in Sicilia. Il Governo cercò di correre
ai ripari, adottando una serie di immediati provvedimenti: concesse alla
Sicilia un' autonomia speciale ed istituì la regione autonoma della Valle d'Aosta , che cessava di essere
una provincia piemontese. Anche lo spinoso problema dell'Alto Adige (Sùdtirol),
che concorreva a mantenere tesi i nostri rapporti con la vicina Austria, fu
avviato alla soluzione in un incontro tra il Capo del Governo italiano ed il
Ministro degli Esteri austriaco. Nacquero così gli accordi
De Gasperi- Gruber , in base ai quali l'Italia si impegnava a rispettare i
diritti della forte minoranza altoalesina concedendo alla regione una
particolare autonomia, mentre l'Austria si impegnava a non pretendere modifiche
ai confini col nostro Paese.
Negli anni Cinquanta l'Italia fu retta da Governi centristi , formati cioè dai partiti
del "centro" (DC, PLI, PRI, PSDI); l'opposizione era costituita dalla
"sinistra" (PCI; PSI) e dalla "destra": Partito Monarchico
e MSI
(Movimento sociale italiano), "nostalgico" del regime fascista. Il
decennio fu inoltre caratterizzato dalla ricostruzione
e dal miracolo
economico:

Figura 22 Einaudi e Agnelli alla presentazione della FIAT 600


il Paese,
stremato dalla guerra, secondo lo storico R. Romeo conobbe "il periodo di
più rapido sviluppo che la storia economica della penisola abbia mai
avuto". Aveva così inizio la "seconda rivoluzione industriale",
dopo quella che l'Italia aveva conosciuto al tempo di Giolitti;

un altro storico, G. Procacci, affermava che
"gli indici della produzione, del reddito nazionale e dei consumi
cominciarono a salire vertiginosamente; l'industria siderurgica triplicò la
produzione, mentre quella chimica e petrolchimica (soprattutto dopo la
creazione dell' ENI) conobbe un' autentica esplosione; l'industria edilizia e
quelle collegate fecero affari d'oro". Ma in questo campo era purtroppo
iniziata anche la speculazione edilizia
, che non avrebbe tardato a trasformare innumerevoli, splendidi paesaggi
naturali, in desolate distese di "casermoni" di cemento: oggi, come
possiamo constatare guardandoci intorno, la situazione è abbondantemente peggiorata!
Ancora una volta sono i dati statistici a darci la misura dei progressi
compiuti in quegli anni: il reddito nazionale, che dal 1901 al 1950 era
cresciuto complessivamente del 62%, in questo decennio registrò un aumento del
47%; le spese per gli investimenti ed i consumi raddoppiarono, e per la prima
volta nella nostra storia il numero degli addetti all'industria superò quello
degli addetti all'agricoltura; anche le esportazioni aumentarono con ritmo
sempre crescente e l' Italia divenne uno dei dieci Paesi più industrializzati
del mondo, posizione che tuttora occupa. Si diffuse un certo benessere
generale, sottolineato dal "boom"
della Televisione e,
soprattutto, dall' inizio della motorizzazione
(e della villeggiatura di massa).

Figura 23 Lascia o raddoppia
La televisione italiana esiste dal 1949, quando
dagli Stati Uniti fu importato un primo apparecchio sperimentale: il 13 aprile
1952 si mandò in onda la benedizione
Urbi et orbi (a Roma e al mondo) del Santo Padre da Roma; la vera bomba
esplose il 26 novembre 1955, quando un giovanissimi Mike Bongiorno presentò il
gioco a premi "Lascia o raddoppia". Il fenomeno della motorizzazione fu favorito dall'incremento
dell'industria automobilistica e dalla costruzione di nuove strade ed
autostrade. La FIAT, che proprio nel 1956 aveva "lanciato" la famosa
utilitaria "600", raggiungeva il quarto posto tra i colossi mondiali
dell' automobile. Uno dei simboli della motorizzazione di massa fu la Vespa.

Figura 24 Ricostruzione della fabbrica di Pontedera della vespa

Figura 25 disegno progettuale della vespa


Figura 26 Pubblicità anni sessanta
Col diffondersi del benessere, che determinò il
sorgere di nuove abitudini e nuove esigenze, si avvertì la necessità di
distribuire più equamente i bene e i servizi, in modo che potesse beneficiarne l’
intera collettività. Quindi, mentre i Governi centristi si erano soprattutto
preoccupati della ricostruzione e della ripresa economica, quelli di centro-
sinistra si disposero a varare anche un vasto programma di riforme sociali e a regolare lo sviluppo economico con una programmazione
più razionale e armonica. Tra le riforme ebbero particolare importanza la nazionalizzazione
dell’ energia elettrica e l’
istituzione della Scuola Media unificata.
Prima l’energia elettrica veniva prodotta e distribuita da numerose società
private, con conseguenti differenze di prezzo tra una zona e l’altra del Paese
; ora era lo Stato a “gestirla” attraverso l’ENEL (Ente Nazionale per l’Energia
Elettrica), praticando un prezzo di vendita unico per tutto il territorio
nazionale. Con la nuova scuola media, infine, l’ obbligo di frequentare venne
portato fino ai 14 anni di età e lo Stato si impegnò a garantirne la gratuità.
Il centro-sinistra non ebbe però una vita facile, in quanto mancava la coesione
tra i partiti governativi. Inoltre all’interno di alcuni di essi (soprattutto
DC e PSI) scoppiarono accese polemiche sui rapporti da tenere con i comunisti e
ancora una volta furono i socialisti a risentire maggiormente di quelle
tensioni. Dal PSI si staccarono i più
convinti filocomunisti dando vita al PSIUP (Partito Socialista Italiano di
Unità Proletaria); né valse a qualcosa la riunificazione tra PSI e PSDI nel PSU
(Partito socialista unificato), che durò solo tre anni; perfino il PCI ebbe la
sua scissione, quando espulse i fondatori della rivista “Il Manifesto”,
favorevoli a una posizione più “estremista”. Anche l’opinione pubblica era
divisa: mentre c’era chi spingeva verso una maggiore “apertura” a sinistra,
altri temevano che proprio attraverso l’ esperienza del centro-sinistra il
Paese “scivolasse” verso il comunismo; un sintomo di queste incertezze si ebbe
con le elezioni politiche del 1963, quando la DC perse 13 seggi, mentre il PLI
vedeva triplicare i propri rappresentanti in Parlamento. Un altro motivo di
difficoltà per i numerosi governi (ben dieci), succedutisi negli anni ’60 fu il
fatto che, dopo il “boom” del precedente decennio, la nostra economia cominciò
a “perdere colpi”, avviandosi verso una crisi che si sarebbe protratta fino
agli anni Novanta.
Nonostante le riforme, il centro-sinistra non era
riuscito a realizzare tutti i suoi obiettivi sociali: sia per il brusco
passaggio del Paese da un’economia prevalentemente agricola ad una economia più
industriale, sia per la congiuntura (crisi) che era seguita al “miracolo
economico”. Tra i motivi della crisi vi era l’ aumento dei salari,
l’arretratezza dell’ agricoltura che determinò massicce importazioni di
prodotti agricoli, il disordinato urbanesimo, (aumento degli affitti e del
costo delle case), il consumismo, il persistere del divario tra nord e sud. Ad
aggravare la situazione, verso la fine del decennio, si aggiunsero preoccupanti
fenomeni. In alcune grandi città iniziò la contestazione
studentesca, una serie di manifestazioni giovanili, che, nate in
Francia nel ’68, dilagarono anche in Italia.


Figura 27 Contestazione
studentesca
I giovani avanzarono numerose legittime
rivendicazioni: partecipazione alla “gestione” della scuola; adeguamento dei
programmi alla nuova realtà socio-economica; garanzia del diritto allo studio
ed altre ancora. Spesso, però, le manifestazioni (dove non tardarono a
infiltrarsi agitatori di professione) vennero strumentalizzate e sfociarono in
atteggiamenti irrazionali, punteggiati da atti di teppismo e di delinquenza:
”pestaggi” e ferimenti di insegnanti e capi di Istituto, distruzioni di arredi
scolastici, richieste di promozioni “politiche” (cioè garantite!), pretese di
autogestione dell’ intera attività scolastica.
Il decennio si chiuse con l’ autunno caldo (iniziato con lo sciopero di
50.000 metalmeccanici) che diede avvio alla cosiddetta conflittualità permanente: inquadrati dai sindacati confederali
(CGIL, CISL, e UIL), i lavoratori manifestarono contro i datori di lavoro e
anche in questo caso il fenomeno assunse un duplice aspetto. Da un lato si
chiedevano miglioramenti nelle condizioni di lavoro, aumenti salariari, e
ulteriori riforme sociali; questa protesta civile riuscì ad ottenere lo Statuto dei Lavoratori , che entrò in
vigore nel 1970.

D’altro canto le rivendicazioni (talvolta
strumentalizzate) si fecero scomposte o addirittura “selvagge” e accelerarono
la crisi di numerose imprese, con un danno per gli stessi lavoratori. Durante
queste lotte sociali, infine, cominciò la Strategia
della tensione; si verificarono cioè attentati terroristici , alcuni gravissimi,
attraverso i quali l’estremismo politico di “destra” e di “sinistra” cercò di
aumentare la tensione già esistente nel Paese, per screditarne le istituzioni
democratiche e gettarlo in braccio alla dittatura.


Figura 28 Strage dell'Italicus

Figura 29 Piazza Fontana

Figura 30 Commissario Calabresi

Figura 31 Manifestazioni prodivorzio

Figura 32 Contestazione

Con la scuola in dissesto, l’economia traballante,
la violenta contestazione di un’agguerrita minoranza estremista, le carceri in
subbuglio e la recrudescenza della criminalità, gli anni Sessanta furono
caratterizzati da una grave instabilità
politica: ben tre volte si ricorse alle elezioni anticipate, nel tentativo
di risolvere le frequenti crisi di Governo. Si avvicendarono ben 12 Governi e
solo nel 1979 si risolsero in un nulla di fatto cinque tentativi di formarne
uno! Era scomparso il Partito Monarchico: numerosi suoi aderenti erano
confluiti nel MSI, che qualche anno più tardi subì una scissione dalla quale
sorse Democrazia Nazionale; anche il PSIUP si ridusse al piccolo PDUP.
Ulteriore motivo di attrito politico fu l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, dal PLI si
sosteneva che la creazione di ben 15 nuovi “parlamentini” avrebbe comportato
una spesa non indifferente, e si temeva che le nuove strutture regionali
diventassero altrettanti “centri di potere” dei quali non si avvertiva certo il
bisogno, vista l’esperienza non molto facile di alcune Regioni a statuto
speciale. Nel 1973 scoppiò la crisi
economica mondiale: l’inflazione, la disoccupazione, il fallimento di numerose imprese e il generale
malcontento non poterono evitare sempre più frequenti aumenti di prezzi e delle
tasse,che ben presto vennero definiti stangate: la benzina, che nel 1970 costava 162 lire al litro, nel ’73 fu
portata a 200, e allo scadere del 1970 a 655 lire.

Figura 33 La crisi petrolifera
Tra le cause che portarono all’aumento del costo della
vita c’era infatti la crisi del petrolio col rincaro dei
relativi prodotti. Inefficaci furono
alcuni provvedimenti governativi come il blocco trimestrale dei prezzi o
dei decreti rivolti a limitare il consumo del prezioso carburante.
Il 1 dicembre 1970 venne approvata una legge che
prevedeva il divorzio in determinate
circostanze…Nel maggio 1974… si tenne il referendum abrogativo di tale legge,
il cui esito la riconfermò con un netto margine di maggioranza.

Figura 34 Annuncio dell'esito
del referendum sul divozio
Nel maggio 1978, venne infine introdotta la
possibilità dell’interruzione volontaria
della gravidanza….Avanzò la legislazione in tema di parità di sessi nei confronti
del lavoro: alle norme di tutela della lavoratrice-madre e alla progressiva estensione in tutti i settori
della vita lavorativa dell’equiparazione retributiva dei due sessi si aggiunse
una legge, approvata il 9 dicembre 1977, che eliminò ogni preclusione per le
donne ad accedere ad accedere a qualsiasi attività lavorativa.
Esplose in tutta l’Italia una preoccupante ondata di violenza: furti, rapine, estorsioni
,assalti ai treni, alle banche, ai “tir”, agli uffici postali furono messi a
segno dalla delinquenza comune e
organizzata e dal terrorismo
politico. La prima era motivata dal miraggio di realizzare facili guadagni
o controllare alcune attività particolarmente redditizie (spaccio della droga,
edilizia, lavori pubblici, servizi, commercio…); il secondo cercava di
giustificare gli stessi crimini ispirandosi ai cosiddetti “principi” del
fascismo o del comunismo.Si volle attribuire solo all’estremismo neofascista la
responsabilità dei delitti politici che insanguinavano l’Italia,
"ignorando” che il pericolo maggiore veniva invece dagli ultracomunisti:
Brigate Rosse, Prima Linea, Nuclei Armati Proletari, Unione Comunisti
Combattenti…

Figura 35 Il fondatore delle BR
Curcio (a sinistra nella foto)
Nel ’77, le Brigate Rosse "gambizzarono” Indro
Montanelli: suo unico “torto” era quello di essere anticomunista e di avere
affermato che accanto al “pericolo nero” esisteva, ben più pericoloso, il
“pericolo rosso”.

Figura 36 Montanelli
Esso imperversò durante i cosiddetti anni di piombo, operando
preferibilmente attraverso gruppi che, colpivano nel “mucchio”,
indiscriminatamente. Vittime appartenenti alle Forze dell’Ordine, magistrati,
giornalisti, esponenti politici, dirigenti industriali, professionisti,
semplici cittadini. Anche negli stabilimenti di pena le giuste richieste dei
reclusi per ottenere la riforma carceraria sfociarono in autentiche rivolte. Nella seconda metà del decennio, per
ottenere il più ampio appoggio possibile contro l’eversione, si formò un
governo di solidarietà nazionale col sostegno del PCI,: l'esperimento non diede
i risultati sperati e nel ’79, la terza volta consecutiva, il Presidente della
Repubblica dovette sciogliere il Parlamento e indire le elezioni anticipate.

Figura 37 Strage di via Fani
Il panorama degli anni Ottanta non è sostanzialmente mutato: sintomo incoraggiante
! Sul
piano economico si è assistito a un promettente calo dell’inflazione, mentre il prodotto nazionale lordo è
aumentato, il deficit della spesa pubblica e la disoccupazione non accennano a diminuire, tanto che nel ’90 erano
ancora un milione le persone in cerca di lavoro. Buoni risultati sono stati
ottenuti dall’antiterrorismo: continuano
invece le imprese criminose della malavita organizzata: mafia, camorra e
‘ndrangheta procedono imperterrite a
sfidare lo Stato in un’autentica "guerra interna” che causa migliaia di
vittime tra le Forze dell’Ordine e tra i membri delle stesse organizzazioni. In
Calabria e in Sardegna si verifica intanto una recrudescenza dei sequestri di
persona.
Con la riforma del codice di procedura penale è
stato possibile sveltire negli anni
Ottanta i processi e renderli più moderni, "all’americana”. Infine, allo
scadere del decennio, l’afflusso degli immigrati aveva assunto proporzioni tali
a creare seri problemi. Secondo l’ISTAT (Istituto Centrale di Statistica), nel
1990 c'erano in Italia oltre un milione e 400 mila immigrati, per la maggior parte dal Terzo Mondo: i cosiddetti extracomunitari. Li vediamo nelle città
e nei luoghi di villeggiatura mentre cercano di vendere mercanzia a poco prezzo
esposta in bell’ordine nella loro bacheca portatile o sul marciapiede;altri
cadono in balia di “padroni”che li sfruttano con il lavoro nero, sottopagandoli
e non versando per loro i contributi previdenziali e assicurativi previsti
dalla legge;non pochi ingrossano le file della malavita. Spesso disumane le
condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere: alloggi di fortuna,
privi dei più elementari servizi igienici e autentici tuguri che vengono loro
affittati a prezzi esorbitanti; casi di insofferenza; mancanza di strutture
adatte ad accoglierli;difficoltà di inserimento in un ambiente profondamente diverso
per mentalità, usi, costumi, lingue e religioni. Con la legge del 30 dicembre
’89 si è cercato di regolamentare il crescente afflusso di questi aspiranti
lavoratori; si è quindi stabilito che, a partire dal ’91, l’Italia avrebbe
potuto accogliere soltanto gli extracomunitari
che dimostrino di avervi una casa e un lavoro, i familiari di coloro che
già lavorano in Italia e dispongono di un’abitazione, e i profughi
politici.
La confusa situazione politica ed economica degli
ultimi decenni ha preparato la generale
crisi dei partiti esplosa negli anni ’90. La DC, lacerata dalle correnti e
scossa da alcuni deludenti risultati elettorali, ha ripreso lo “storico” nome di Partito
Popolare Italiano, ma è stata notevolmente ridimensionata dal distacco di
numerosi dissidenti che hanno dato vita a nuovi “partiti”come il Patto per l’Italia e il Centro Cristiano Democratici. Il PCI, colpito da una continua emorragia di voti anche in seguito al
crollo del comunismo in Europa, ha mutato il proprio nome in Partito democratico della Sinistra (PDS)
subendo però la secessione di Rifondazione
Comunista ad opera dei comunisti…irriducibili. Anche il PSI, nonostante le passate affermazioni elettorali e una lunga
presenza al Governo, ha assunto una nuova denominazione, Unità Socialista; altrettanto ha fatti il MSI, aderendo alla nuova Alleanza
Nazionale e , soprattutto, abbandonando le “nostalgie” per il fascismo. Né
la crisi ha risparmiato i partiti
minori (PRI, PSDI, PLI…), i cui
dirigenti ed iscritti sono in buona parte confluiti in altri
raggruppamenti. L’altra novità politica
del decennio è stata l’ascesa di nuove formazioni “giovani” e “protestatarie”:
gli ambientalisti, ad esempio, gli autonomisti come ad esempio la Lega Nord e soprattutto i moderati.

Figura 38 Umberto Bossi
Fra le nuove forze politiche si è infatti affermata
decisamente Forza Italia, un centro moderato:
questa alle elezioni del 1994 ha ottenuto la maggioranza assoluta della camera
dei Deputati, sfiorandola anche al Senato: non da sola, ovviamente, ma
nell’ambito di una coalizione (il Polo delle Libertà e del Buon Governo) che comprendeva anche Alleanza
Nazionale, la Lega Nord, il Centro Cristiano Democratico, l’ Unione di Centro
(ex Liberali) e altre formazioni minori. La decisiva “svolta” verso quella che
ormai viene definita la Seconda Repubblica
è stata determinata anche dall’ indignazione dell’ opinione pubblica per gli
scandali della cosiddetta tangentopoli,
messi in evidenza dalle inchiesta di Mani
Pulite, condotta da numerosi
magistrati (il magistrato di “spicco” è stato l’attuale Senatore Antonio Di
Pietro).

Figura 39 Pool mani pulite

Si tratta, come ben sappiamo, della corruzione che durante la “Prima repubblica”,
come affermarono i Vescovi italiani nel ’91, aveva fatto dell’Italia “uno Stato sempre più debole, feudale, in cui
corporazioni e lobbies (gruppi di potere),
manovrano la vita pubblica sotto il segno del privilegio, dell’ occupazione
e della lottizzazione delle Istituzioni”. Una corruzione aggravata dai
torbidi intrecci di interessi tra la classe politica, il mondo imprenditoriale
e perfino la malavita organizzata: più che Storia, è cronaca dei nostri giorni,
che tuttavia non sarà inutile ricordare.
Per tenere in piedi un'organizzazione che si faceva
sempre più complessa e dispendiosa, ai partiti politici non erano sufficienti
le somme ricavate dal tesseramento degli iscritti, dal contributo dei
simpatizzanti e dal finanziamento pubblico. Bisognava stipendiare uno stuolo di
impiegati e propagandisti, mantenere delle sedi spesso lussuose e dotate delle
più sofisticate apparecchiature, mantenere giornali e riviste di partito e
perfino delle case editrici, affrontare le spese per le faraoniche “feste” e
per le (troppe!) campagne elettorali. I partiti, così, ricorrevano ad un odioso
sistema di autofinanziamento: le tangenti.
Le imprese (soprattutto private, ma anche le pubbliche) che volevano assicurarsi
l’ appalto di un’ opera pubblica, una certa fornitura di materiale allo Stato o
a un Ente Locale, un grosso contratto commerciale in Italia o con l’ estero o
altri vantaggi come il “benevolo” controllo da parte della Guardia di Finanza o
dell’ Ufficio del lavoro) dovevano versare ai partiti una certa somma (
miliardi, ovviamente). Il sistema delle tangenti, come è facile intuire, oltre
a fare affluire enormi somme di denaro nelle casse dei partiti ( di tutti i
partiti) era vantaggioso anche per le imprese: queste infatti per rifarsi dalle
tangenti versate “gonfiavano” i prezzi. Avveniva, quindi, che un’ opera
pubblica (pagata col denaro dei contribuenti, quindi col nostro denaro!),
veniva a costare molto più del normale, mentre il bilancio dello Stato
precipitava sempre più in deficit.
Gli articoli della Costituzione ci fanno capire che il nostro, come tutti i
Paesi civili del mondo, è uno Stato
Sociale, uno Stato cioè che garantisce ai cittadini alcuni servizi
indispensabili come l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica, le
pensioni agli anziani e agli invalidi; si tratta, logicamente , di servizi che
vengono pagati con i tributi e le imposte versate dai cittadini stessi. I partiti,
per aumentare il proprio potere attraverso un numero sempre maggiore di voti,
non hanno esitato a escogitare un nuovo sistema: il voto do scambio. In pratica il cambio del voto, “concedevano”
all’elettore dei favori, facendogli ottenere ciò a cui aveva diritto…o no: un
posto di lavoro al disoccupato (soprattutto in un ufficio pubblico); la rapida
concessione della pensione ad un anziano ( che con la lentezza dell’INPS, rischiava
di ottenerla…dopo il decesso); la pensione di invalidità anche ai ciechi che ci
vedevano benissimo o ad altri “falsi” invalidi; la casa popolare anche a chi,
magari, possedeva già uno o più appartamenti; il ricovero in ospedale senza
passare attraverso la lista d’attesa. Anche in questo caso, le conseguenze sono
facilmente intuibili: lo “Stato sociale” era diventato uno Stato dell’Assistenzialismo. Con L’Assistenzialismo, ovviamente, sono aumentati
in modo esagerato i dipendenti pubblici, così come sono aumentate vertiginosamente
le spese per la previdenza (pensioni), l’ assistenza sanitaria e la scuola:
perciò ancora uno volta il deficit
statale è cresciuto, in quanto i fondi a disposizione dello Stato si sono
rivelati insufficienti a “coprire” tali aumenti.
A proposito
della “partecipazione” come diritto-dovere si era detto che , in base alla
Costituzione, “tutti i cittadini hanno
diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico
a determinare la politica nazionale”: gli Italiani, dunque, possono ( e
devono!) partecipare alla vita politica, riunendosi in gruppi o associazioni
tra cui i partiti politici. E l’hanno fatto, dando vita a numerosi partiti che,
è doveroso riconoscerlo, hanno assicurato al nostro Paese mezzo secolo di pace,
di libertà e di progressivo benessere. Piuttosto - e questo è il rovescio della medaglia - la democrazia italiana è
degenerata in partitocrazia: al “potere del popolo” si è progressivamente
sostituito il “potere dei partiti”. Anche per il colpevole disinteresse dei
cittadini, cui spettava il compito di controllarne l’operato, i partiti erano
diventati pressoché onnipotenti, impadronendosi delle leve del potere politico
e condizionando pesantemente quello economico. Avevano occupato i principali
settori dello Stato e degli Enti Locali, della finanza, delle aziende
pubbliche, delle imprese… procedendo ad una vera e propria lottizzazione alla quale i partiti al Governo facevano partecipare
anche quelli dell’ opposizione, perché questa fosse il più possibile “morbida”.
Ecco alcuni esempi: nell’ambito di un Comune o di una Provincia operano
numerosi Enti e Organismi pubblici: basta ricordare l’azienda dei Trasporti
l’Ente acquedotti e fognature, la Biblioteca Pubblica, l’Azienda del gas, la
Comunità Montana, la Centrale del latte, l’ ACI…Per acquistare maggior potere…e
più voti, i partiti hanno invaso questi Enti, “piazzando” nei relativi Consigli
di Amministrazione propri uomini di fiducia. Ma non è tutto. L’avidità e
l’ambizione personale avevano spinto alcuni uomini politici (anche di spicco ed
“insospettabili) a compiere il…grande balzo, rappresentando
dall’"alleanza" con la criminalità organizzata: mafia, camorra e ’ndrangheta . Se questa può ancora svolgere la sua
attività delittuosa (spaccio di droga, prostituzione…) e comunque illecita
(controllo di appalti, della grossa distribuzione commerciale, estorsioni a
carico dei piccoli imprenditori, riciclaggio del denaro “sporco”…), lo si deve
anche al fatto che per decenni ha avuto l’appoggio, la complicità o, quanto
meno, la “benevolenza” di parte della nostra classe politica. A questa in
cambio assicurava l’elezione “sicura” ma non esitava a far assassinare gli
uomini politici che non stavano al gioco. I recenti processi alla mafia hanno
squarciato il velo che per lungo tempo aveva coperto questo torbido intreccio
tra politici corrotti e criminalità organizzata, anche grazie alle rivelazioni
dei cosiddetti “collaboratori di giustizia”, i pentiti. Parte dei politici, insomma, aveva “dimenticato” le
ragioni e gli scopi per cui i cittadini li avevano eletti: amministrare la Polis (lo Stato o gli Enti Locali) non
per un tornaconto personale ma per il bene della collettività. Al contrario, ”fare politica” ha finito per
significare “conquistare il potere personale” con ogni mezzo, lecito o illecito;
ha significato non considerare il cittadino come un soggetto cui spettano diritti
e doveri, ma come un “oggetto “ cui spettano solo doveri. Anche nella politica,
insomma, era penetrata la cultura mafiosa, col prevedibile risultato di
aumentare il distacco fra il Paese
ufficiale (gli amministratori della cosa pubblica) e il Paese
reale (costituito dai cittadini).
Tra i problemi di non facile soluzione che l'Italia
"del 2000" è chiamata ad affrontare vi è la difficoltà di trovare un
lavoro. La disoccupazione è ancora
elevata in particolare quella giovanile.
Questa dipende dall'insufficienza di posti di lavoro, ma anche da uno
"strano" fatto : i giovani non vengono assunti perché non hanno
"esperienza di lavoro". Ma difficilmente potranno acquisirne finché
non trovano lavoro! Bisogna peraltro ammettere che diverse attività, per le
quali c'è una discreta richiesta di "manodopera", vengono
"snobbate" dagli Italiani, a tutto beneficio degli extracomunitari
immigrati nel nostro Paese. Si tratta di lavori ritenuti troppo faticosi, privi
di prospettive o addirittura… umili, pensiamo al problema delle
"colf" (collaboratrici familiari, le domestiche di un tempo) o al
costante abbandono delle attività agricole e artigianali. Inoltre, mentre il
numero degli addetti all'agricoltura e all' industria tende a diminuire, lo
sviluppo del terziario (le attività "di servizio") non è tale da
coprire l'offerta di lavoratori per quel settore : mancano cioè i cosiddetti
"posti a sedere", e ciò determina anche la disoccupazione
intellettuale. Molti laureati o diplomati non riescono a trovare un impiego nei
servizi (commercio, scuola, uffici pubblici, ospedali ecc.) perché i posti sono
praticamente tutti occupati. A
proposito della scuola, poi, si verificano due preoccupanti fenomeni collegati
tra loro : l'evasione dell'obbligo
scolastico e il lavoro minorile. Molti giovani non finiscono di frequentare
la scuola dell'obbligo, o perché non provano interesse per lo studio o perché
vi sono costretti per ragioni economiche. Infatti, nonostante la legge vieti il
lavoro ai minori di 15 anni, numerose famiglie, spinte dalla necessità di
"far quadrare" il bilancio, ritirano i figli dalla scuola e li mandano
a lavorare : trattandosi di un lavoro illegale è difficile "tradurlo"
in cifre, ma da alcune indagini condotte recentemente si è calcolato che in
Italia esistono oltre mezzo milione di questi piccoli lavoratori. Essendo fuori
legge, il lavoro minorile non può sere dichiarato pubblicamente, quindi non può
trasformarsi in vera e propria sottoccupazione,
il cosiddetto lavoro nero: chi
assume un ragazzo sotto i quindici anni sa benissimo di potergli offrire un
salario molto inferiore al normale, poiché il piccolo lavoratore non potrà mai
denunciare la truffa sapendo di essere lui stesso fuori legge; d' altra parte,
se rifiuta quel salario da fame, ci saranno sempre altri ragazzi disposti a
prendere il suo posto. È la famosa legge della domanda e dell' offerta che
viene ancora messa in pratica e non certo dai grossi imprenditori, costantemente
controllati dai consigli di fabbrica, dalle organizzazioni sindacali e dall'
Ispettorato del Lavoro: i bambini - lavoratori si vedono soprattutto nelle
aziende di ridotte dimensioni. "Naturalmente" non sono assicurati
contro gli infortuni né assistiti nel caso dovessero ammalarsi ma c'è di più:
quando raggiungono l'età per essere assunti regolarmente, e quindi per ottenere
un salario normale, vengono "licenziati"! C'è anche un altro tipo di
lavoro che, pur essendo consentito dalla legge, non può essere controllato e
non tarda a trasformarsi anch'esso in "lavoro nero". Quando nelle famiglie,
pur essendo indispensabile la presenza della donna, c'è anche l'urgente
necessità che tutti contribuiscano ad aumentare le entrate, molte donne accettano
di eseguire un lavoro a domicilio:
confezionano ad esempio, oggetti di bigiotteria, capi di maglieria, calze,
scatole, calzature…per conto di alcune ditte. Queste lavoratrici spesso faticano
anche dieci - dodici ore al giorno (mentre la giornata lavorativa è, per legge,
di otto ore); percepiscono una paga inferiore a quella stabilita dalla legge;
sono prive di qualsiasi forma di assicurazione e si espongono al pericolo di
incidenti e di gravi malattie. Anche in questo caso mancano precise
statistiche, ma è stato calcolato che le lavoratrici a domicilio superino il
milione e mezzo: come si vede la strada per realizzare quel "diritto -
dovere al lavoro" previsto dalla Costituzione è ancora lunga…