IL FATALISMO NELLA NARRATIVA VERISTA

Le trasformazioni storiche sono solo fenomeni di superficie perché nulla può cambiare veramente.  La visione fatalistica della vita, presente nella narrativa verista di Verga, ritorna nei romanzi veristi del napoletano Federico De Roberto (1861-1927). I Vicerè, romanzo pubblicato nel 1894, narra le vicende della nobile famiglia siciliana degli Uzèda, discendente da antichi vicerè spagnoli dell'isola. Il sottofondo storico è costituito dagli avvenimenti compresi tra il 1850 è il 1880: il romanzo è un affresco della società siciliana durante il trapasso dal dominio borbonico ai primi decenni del nuovo Regno d'Italia. Nel nostro Meridione il Risorgimento rimase un movimento senza seguito effettivo: la calata dei Piemontesi, soldati e funzionari, fu sentita come una nuova conquista. I protagonisti , borbonici fino all'ultima goccia di sangue, riescono a sopravvivere al gran mutamento perché uno di loro, il duca di Oragua, zio degli Uzeda, dichiarandosi liberale, riesce a farsi eleggere deputato al Parlamento sabaudo. Il potere resta nelle mani dei nobili, solo che <<abbiano saputo appuntarsi in petto la coccarda tricolore>>. <<Quando c'erano i Vicerè, i nostri erano Vicerè; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato>>: in questa battuta conclusiva del principe degli Uzeda, è evidente il fatalismo di De Roberto. Altrettanto indicativo del fatalismo è il principio che aveva spinto il duca di Oragua, zio degli Uzeda, a presentarsi alle prime elezioni del nuovo Stato unitario, il 18 febbraio 1861: <<Ora che l'Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri>>, con evidente parodia della frase di Massimo D'Azeglio che <<Fatta l'Italia>> bisognava <<fare gli Italiani>>. Gli aspetti veristi emergono nella rappresentazione della decadenza biologica dell'antica razza nobiliare. Un germe di follia si manifesta in ogni personaggio, segnato da fissazioni e stranezze; attraverso la tecnica dell'impersonalità si evidenzia come la molla economica e l'interesse siano alla base dei comportamenti umani: la insaziabile sete di dominio e l'avidità  spingono la nobiltà ad ogni sorta di trasformismo pur di conservare l'antico potere, messo in crisi dalla nascita dello Stato liberale. Questi caratteri sono presenti soprattutto nell'ultimo discendente degli Uzèda, Consalvo, protagonista del romanzo L'imperio, incompiuto, pubblicato nel 1929, dopo la morte dell'autore,  che continua I Vicerè. Consalvo, dopo un'adolescenza dissipata, affronta con ambizione smodata  la carriera politica; solo per opportunismo, lui aristocratico e reazionario, abbraccia idee di sinistra. Egli è convinto che ogni trasformazione storica non possa cambiare nulla, che i privilegiati debbano sapersi adattare alle nuove situazioni politiche, come quella successiva all'unità del nostro Paese, per mantenere intatto il potere. Consalvo entra a Montecitorio convinto che non c'è,  né ci può essere nulla di nuovo sotto il sole e si schiera dalla parte non dei vinti ma dei vincitori: in Parlamento si procura alleanze a Destra e a Sinistra, pur di difendere il prestigio del nome e del patrimonio. Usando queste armi, l'onnipotente signore di provincia conseguirà la carica di ministro degli Interni. I dominatori mantengono immutato il loro potere, nonostante le trasformazioni storiche e politiche. Le tecniche narrative con cui l'autore costruisce la narrazione impersonale sono diverse da quelle di Verga: non c'è la regressione della voce narrante entro la realtà rappresentata, tecnica che permetteva di riprodurre mentalità e modi di esprimersi del popolo; la narrazione si fonda per lo più sul dialogo, su didascalie informative; nei toni sarcastici sono evidenti interventi dell'autore.